Confindustria sul lettino di Confindustria

Gli industriali organizzati si lagnano molto e, non solo sulla scorta della crisi economica, si mostrano storicamente troppo lesti nel chiedere sempre e comunque una mano allo stato (che per forza di cose questa mano è sempre meno lesto a tenderla), cedendo infine ai vecchi vizi concertativi che tanta responsabilità hanno avuto nel frenare lo sviluppo dell’Italia. Lo abbiamo scritto su questo giornale, lo hanno detto autorevoli esponenti confindustriali (da Guido Barilla ad Alessandro Riello) mentre altri imprenditori sono passati addirittura alle vie di fatto (il più noto è Sergio Marchionne che Confindustria l’ha abbandonata due anni fa).
18 AGO 20
Immagine di Confindustria sul lettino di Confindustria
Gli industriali organizzati si lagnano molto e, non solo sulla scorta della crisi economica, si mostrano storicamente troppo lesti nel chiedere sempre e comunque una mano allo stato (che per forza di cose questa mano è sempre meno lesto a tenderla), cedendo infine ai vecchi vizi concertativi che tanta responsabilità hanno avuto nel frenare lo sviluppo dell’Italia. Lo abbiamo scritto su questo giornale, lo hanno detto autorevoli esponenti confindustriali (da Guido Barilla ad Alessandro Riello) mentre altri imprenditori sono passati addirittura alle vie di fatto (il più noto è Sergio Marchionne che Confindustria l’ha abbandonata due anni fa). Ora però, in un rapporto degli stessi industriali – e curato da tre accademici (Nadio Delai, Sergio Fabbrini e Stefano Manzocchi) su iniziativa di Luiss, Fondirigenti e Associazione management club – si fa spazio un po’ di sana autocritica.
Quella appena pubblicata è la settima edizione di un rapporto che ha avuto il merito di porre per tempo il problema della inadeguatezza delle nostre élite. Quest’anno, nonostante certe sintesi giornalistiche un po’ semplicistiche, lo studio non si concentra solo sulle note carenze della classe politica. Denuncia piuttosto una “rappresentanza fortemente autoreferenziale” delle parti sociali, “che risulta caratterizzata più dal silenzio che dalla proposta, più dall’attesa che dall’iniziativa”. Poi descrive, indagini demoscopiche alla mano, “una sorta di vuoto di rappresentanza delle associazioni di categoria e del sindacato”. Per non dire della presa d’atto che “il meccanismo della crescita viene alimentato essenzialmente dal basso e non dall’alto” e che “produttività e competitività debbono aumentare a partire dai soggetti singoli e associati dello specifico territorio e cioè dalle aziende”. Dopo la lagna, la pars construens. Ben arrivati.